C’è qualcosa di profondamente affascinante nella vita di chi, per mestiere, semina indizi, intreccia trame, costruisce alibi. Ma se poi è proprio lei, la regina del giallo, a scomparire nel nulla, allora il mistero si fa leggenda. E non parliamo di un escamotage narrativo: parliamo della vita vera di Agatha Mary Clarissa Miller, in arte Christie. O, come avrebbe preferito essere chiamata nei giorni più neri del 1926, “Mrs Teresa Neele, di Cape Town”.
La sua vita era già un romanzo, prima ancora di mettere nero su bianco il primo delitto. Cresciuta in un’infanzia felice tra la brughiera e la polvere dei libri di Mary Louisa Molesworth, con un padre amorevole che se ne andò troppo presto e una madre convinta di poter leggere nel futuro. La piccola Agatha, riservata e curiosa, imparava a scrivere poesie e sognava – nemmeno troppo in silenzio – di diventare una vera autrice. Un sogno realizzato a suon di baffi impeccabili e tè bollenti, sotto forma del belga più celebre della narrativa: Hercule Poirot.
Ma la parte più inquietante della sua storia non la scrisse mai. Perché la protagonista era lei stessa.
Era l’inverno del 1926. Un anno crudele. Sua madre, Clara, se n’era andata lasciandole addosso il vuoto che si prova quando crolla l’ultima colonna portante. Suo marito, Archie, elegante ufficiale della RAF conosciuto durante la Prima Guerra Mondiale, aveva smesso di guardarla con occhi complici e aveva iniziato a sorridere ad altri volti. Più precisamente a quello di Nancy Neele, la sua segretaria. Dopo l’ennesima lite, il 3 dicembre Agatha salì sulla sua Morris Cowley, lasciando dietro di sé la casa chiamata – ironia della sorte – Styles, lo stesso nome del suo romanzo d’esordio.
L’auto venne ritrovata il mattino dopo vicino a una cava, con i fari accesi, la pelliccia sul sedile e una patente scaduta tra i sedili. Di Agatha, nessuna traccia. Iniziò la caccia. Una delle più grandi del Novecento. Si parlò di fuga, di suicidio, perfino di omicidio. Sir Arthur Conan Doyle portò un suo guanto a una medium. Dorothy Sayers si aggirava nel giardino di Styles per trarne ispirazione. Le ricerche coinvolsero 15.000 volontari, un aeroplano – un lusso inedito per l’epoca – e uno spiegamento di forze da guerra mondiale.
Undici giorni di silenzio. Undici giorni di ipotesi, di supposizioni, di editoriali indignati. Finché qualcuno non la vide. Era registrata all’Old Swan Hotel di Harrogate come signora Neele, un nome che era tutto un programma. Ballava il Charleston, giocava a bridge, faceva le parole crociate. Diceva di venire da Città del Capo. Sembrava perfettamente a suo agio, rilassata, ironica. Eppure, era lei. Agatha Christie.
La sua versione ufficiale parlò di amnesia. I medici la sostennero. Ma i sospetti non si spensero mai. Il suo stesso biografo, Jared Cade, raccolse testimonianze secondo cui tutta la vicenda era stata orchestrata per umiliare pubblicamente Archie e mettere fine a quel matrimonio senza alzare la voce, ma facendo rumore. Tanto rumore. Il tipo di rumore che arriva nelle redazioni, che finisce nelle prime pagine, che fa vendere milioni di copie. L’infedeltà del marito era ormai di dominio pubblico. Lui era il traditore, lei la donna fragile e spezzata.
Ma chi la conosceva davvero sapeva che Agatha non era mai stata una donna fragile. Che la lucidità era sempre stata la sua arma. Che l’autocontrollo le permetteva di trasformare ogni crepa dell’anima in narrativa. È possibile che abbia voluto mettere in scena un piccolo capolavoro? Forse. Ma lei, di questo, non parlò mai. Nemmeno un rigo nella sua autobiografia. Nessuna confessione. Nessuna verità. Solo silenzio.
Il mistero rimane. Come la cicatrice lasciata da un colpo che non si vede ma che si sente. La famiglia parlò sempre di un crollo nervoso. Gli studiosi parlarono di amnesia dissociativa. I fan parlarono di vendetta. Lei non parlò affatto. Tornò alla sua scrivania, alla sua Olivetti, ai suoi tè bollenti e alle sue morti ben congegnate. E continuò a scrivere. A vivere. A stupire. A vendere più di Shakespeare.
L’episodio della sua scomparsa resta uno dei casi reali più affascinanti della storia letteraria del Novecento. Tanto affascinante da ispirare film, romanzi, tesi di laurea e perfino teorie esoteriche. Ma quello che è certo, è che da quel momento, la donna dietro Poirot e Miss Marple smise di essere solo una narratrice. Divenne il suo stesso enigma. Una figura in penombra, seduta tra i suoi personaggi, che guarda il lettore con un sorriso accennato. Come a dire: “Pensavi che fossi prevedibile?”
No, cara Agatha. Di prevedibile non hai mai avuto nulla.
“Agatha Christie” di Peter Philim, via Wikimedia Commons, distribuita con licenza CC BY-SA 3.0

