Una poltrona per due: il Natale inizia da qui

Una poltrona per due: il Natale inizia da qui

C’è chi associa il Natale al profumo di cannella, chi al suono sordo del tappo di spumante che rimbalza contro il lampadario, chi alla frenesia della carta regalo che diventa un campo di battaglia sul tappeto. E poi ci siamo noi, quelli che non si sentono davvero in festa finché non parte l’ouverture delle Nozze di Figaro su uno skyline innevato di Philadelphia. È lì, in quel preciso istante, che sappiamo: il Natale può cominciare.

Il 1983 porta sul grande schermo una delle commedie più iconiche di sempre. Con la regia di John Landis e una scrittura affilata Una poltrona per due (Trading places) fa il suo ingresso nella cultura pop come solo i grandi classici sanno fare: senza urlare, ma restando impressi per sempre.

Inizialmente il titolo scelto era stato Black & White. Un modo per raccontare senza troppi giri di parole il gioco degli opposti, la collisione tra mondi diversi, l’esperimento sociale che stava per mettere a soqquadro due vite. Poi sarebbe arrivato il titolo definitivo, Trading Places, più elegante e in apparenza innocuo. Ma il cuore della storia era già tutto lì, in quel bianco e nero metaforico che strizzava l’occhio non solo al tema razziale, ma soprattutto al grande classico di Twain che ha ispirato la trama: La banconota da un milione di Sterline (ma a me sembra anche molto ispirato a Il principe e il povero). Mark Twain lo aveva scritto come una favola morale; Landis e lo sceneggiatore Timothy Harris lo trasformano in una satira tirata a lucido per gli anni ’80, tra palazzi finanziari, limousine e stivali consumati dall’asfalto.

Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd) è un agente di cambio che vive tra cravatte regimental, moquette persiana e club per soli uomini. Valentine (Eddie Murphy), invece, è un senzatetto che racconta di essere un veterano cieco e mutilato, sopravvissuto a mille sventure, ma solo per strappare un dollaro ai passanti.

La scommessa dei fratelli Duke, due milionari il cui passatempo preferito è dimostrare che il mondo è una scacchiera e le persone pezzi intercambiabili, è semplicemente crudele: scambiare le vite dei due protagonisti e vedere cosa succede. E succede tutto. E tutto ci fa ridere, ma anche riflettere.

Valentine si dimostra subito brillante, astuto, pieno di intuizioni. Winthorpe crolla come un castello di carte, inseguito dai suoi stessi privilegi perduti. E intorno a loro si muove un cast eccezionale: Jamie Lee Curtis nei panni di Ophelia, prostituta pragmatica e risoluta, Denholm Elliott nei panni di Coleman, il maggiordomo fedele con lo sguardo ironico e la battuta affilata.

Il film non ha paura di sporcarsi le mani con i grandi temi. La povertà, la disuguaglianza, il razzismo sistemico, la brama capitalista. Ma lo fa con una leggerezza millimetrica, quella che ti fa abbassare le difese mentre ridacchi e poi, quando meno te lo aspetti, ti mette davanti allo specchio.

Le curiosità sono tantissime e alcune sono quasi più cinematografiche del film stesso. I ruoli principali erano pensati per Richard Pryor e Gene Wilder. Ma quando Eddie Murphy fu scelto, per via del rifiuto di Pryor, pretese l’esclusione di Wilder per non entrare in competizione con una coppia comica già consolidata.

I maglioni di Winthorpe, la pelliccia di Ophelia, le cravatte dei Duke: tutto nel film è una lezione di costume anni ’80. Anche la colonna sonora è un piccolo capolavoro di equilibrio, tra Mozart e synth. E poi ci sono le scene cult, come quella del treno di Capodanno, con un gorilla, nel quale si nascondeva nientemeno che Jim Belushi, un’asta di succo d’arancia congelato e una vendetta servita con la puntualità della Borsa di Wall Street.

Il film ha talmente influenzato la percezione popolare della finanza speculativa che, anni dopo, discussioni regolatorie reali hanno citato la pellicola per spiegare alcune modifiche alle norme sull’uso improprio di informazioni governative. La “Eddie Murphy Rule” è entrata nel linguaggio dei commentatori economici, tanto era rimasto impresso il finale del film.

Il successo fu immediato, ma è in Italia che Una poltrona per due ha trovato casa. Dal 1997 viene trasmesso ogni Vigilia di Natale su Italia 1, diventando un rito, come il panettone e la tombolata. Una comfort zone narrativa che ogni anno ci fa dire: “Ah, eccoli!”

Eccoli davvero. Con le stesse battute, lo stesso ritmo perfetto, la stessa voglia di farci ridere con intelligenza. E ogni volta ci sorprendiamo a pensare che forse sì, scambiando i posti, il mondo sarebbe più giusto.

O almeno più divertente da raccontare.

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