Roseanne: l’arte di sopravvivere a Lanford con sarcasmo e patatine

Roseanne: l’arte di sopravvivere a Lanford con sarcasmo e patatine

Nell’America in technicolor degli anni Ottanta, dove i salotti televisivi brillavano di famiglie sempre sorridenti, di figli disciplinati e problemi risolti a suon di abbracci entro la mezz’ora, l’arrivo di Roseanne fu uno shock culturale, una sberla di realtà che ancora oggi echeggia nella storia della televisione.

Siamo nel 1988, il boom economico impazza, la cultura pop viaggia sulle note dei sintetizzatori e delle spalline imbottite, eppure in una cittadina immaginaria dell’Illinois prende vita una famiglia che non solo non ha nulla di patinato, ma sembra uscita direttamente da una vera cucina americana dove i conti non tornano, il frigo borbotta e i piatti si accumulano nel lavandino. Lanford non esiste, ma la sua verità è talmente viva che pare di esserci cresciuti dentro, tra turni massacranti, figli che si ribellano e sogni messi in pausa dal costo della vita.

I coniugi Conner, Roseanne e Dan, non sono la coppia ideale che ci si aspetta da una sit-com. Lei, irriverente, dissacrante, senza peli sulla lingua. Lui, colosso buono con la maglietta sempre sgualcita e lo sguardo affettuoso di chi ti aiuta a rialzarti dopo una giornata infernale. Insieme, costruiscono qualcosa che va oltre la comicità: raccontano la vita vera. Non quella delle copertine, ma quella che si combatte ogni giorno con sarcasmo e amore.

E nel mezzo, i figli. Becky, Darlene e DJ non sono mai la versione junior di piccoli angeli moralisti, ma adolescenti e bambini con tutte le contraddizioni del caso. Con loro c’è anche Jackie, la sorella di Roseanne, interpretata dalla magistrale Laurie Metcalf, che con i suoi turbamenti, le sue lotte e le sue cadute rappresenta forse il personaggio più umano e tridimensionale mai apparso sul piccolo schermo in quegli anni.

Roseanne non si limitava a divertire, smontava i meccanismi della TV stessa. Parlava di povertà, di maternità complicata, di salute mentale, di discriminazione, di sessualità, di lavoro precario, di relazioni tossiche. Lo faceva senza pietismi, ma con la verità scomoda e necessaria di chi sa che riderci su è spesso l’unico modo per sopravvivere. Era una sitcom, sì, ma con la potenza di un documentario mascherato da risata. Non si faceva illusioni, ma non rinunciava mai a uno spiraglio di speranza.

Quando arrivò in Italia, fu ribattezzata “Pappa e Ciccia”, titolo che ancora oggi fa digrignare i denti a chi conosce l’originale. Perché quel titolo, anziché cogliere l’essenza di una serie rivoluzionaria, ne svuotava il contenuto riducendolo a una burla sul peso. E non bastava. Il doppiaggio italiano aggiunse battute estranee, italianizzò riferimenti, depotenziò dialoghi carichi di significati culturali. Un’occasione persa, ma fortunatamente la forza della serie era tale da emergere anche sotto strati di localizzazione discutibile.

Roseanne Barr, comica e autrice dallo spirito indomabile, riuscì a costruire un impero narrativo attorno alla sua visione del mondo. E accanto a lei, un John Goodman in stato di grazia, capace di regalare uno dei padri televisivi più amati di sempre. La serie fu anche pioniera nel rappresentare personaggi LGBTQ in contesti familiari, a una distanza siderale dagli stereotipi. A un certo punto, un personaggio gay fu baciato sullo schermo, scatenando un dibattito nazionale. Ma Roseanne non indietreggiò. Non lo fece nemmeno quando le critiche si fecero aspre, o quando lo share oscillava. E questo coraggio ha lasciato un’impronta profonda. Il finale del 1997 fu spiazzante, coraggioso, malinconico. Una dichiarazione d’intenti che confermava la volontà della serie di non offrire scorciatoie.

Poi arrivò il revival nel 2018, travolto da polemiche e cancellato nel giro di un battito d’ali a causa delle dichiarazioni fuori luogo della stessa Barr. Un epilogo amaro, che però non cancella ciò che è stato. Perché Roseanne, la serie, ha dato voce a chi spesso la TV dimenticava. Ha aperto una porta sulla vita vera, quella che non fa audience nei palinsesti patinati ma che parla a milioni di persone. E lo ha fatto con una lingua tagliente, un’ironia viscerale e una sincerità rara. Ha aperto la strada a serie come The Middle, Shameless e persino Fleabag, mostrando che si può essere imperfetti e meravigliosi, disordinati ma autentici, fragili ma brillanti.

Ancora oggi, rivedere un episodio dei Conner ha il sapore di qualcosa di autentico. Come entrare in casa di vecchi amici che litigano, si vogliono bene, fanno errori e non smettono mai di provarci. E alla fine, è proprio questo che la TV dovrebbe fare: restituirci un pezzetto di noi stessi. Magari tra una risata e un urlo disperato, ma sempre con il cuore in mano. Con quella sfrontatezza che solo una certa Roseanne riusciva a rendere disarmante.

La TV, dopo Roseanne, non è più stata la stessa. Perché a volte per cambiare le cose non serve un supereroe in tutina, ma una madre stanca, con la ricrescita, seduta in tuta davanti alla lavatrice, che ti guarda negli occhi e dice: “La vita fa schifo. Passami le patatine”. E tu non puoi fare a meno di amarla per questo.

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