C’è una parola che a Bordeaux non si pronuncia con leggerezza: origine. Perché qui, tra le nebbie della Gironda e i venti che soffiano dall’Atlantico, ogni zolla racconta una storia più lunga del tempo, ogni bottiglia è il frutto di una genealogia precisa, codificata, venerata. Bordeaux non è solo una denominazione, è un’aristocrazia del vino.
Ieri sera, AIS Brindisi, presso la Masseria Tratturi Reali di Villa Castelli, ha spalancato le porte a una di quelle esperienze che non si possono spiegare a parole, ma solo raccontare con il rispetto dovuto a qualcosa di sacro: un viaggio, in punta di calice, nel cuore di Bordeaux.
110.000 ettari vitati nella sola Gironda, distribuiti tra riva sinistra e riva destra come in una simmetria che è tutto fuorché casuale. Le rive che si sfidano a colpi di Cabernet e Merlot, di ghiaia e argilla, di potenza e finezza. Un mosaico di Appellations d’Origine Contrôlée che comprende nomi entrati nella leggenda: Pauillac, Margaux, Saint-Julien, Saint-Estèphe, Pessac-Léognan, Saint-Émilion, Pomerol.
Ma non si può parlare di Bordeaux senza citare il 1855, l’anno che ha scolpito per sempre la gerarchia del gusto. Fu Napoleone III a commissionare una classificazione per l’Esposizione Universale di Parigi: nacque così il sistema dei Grands Crus Classés del Médoc (con l’eccezione di Haut-Brion, da Graves), suddiviso in cinque livelli di eccellenza. Cinque nomi si elevarono subito al vertice assoluto: Château Lafite Rothschild, Château Latour, Château Margaux, Château Haut-Brion e, dal 1973, Château Mouton Rothschild, promosso dopo una lunga battaglia personale del Barone Philippe. Sono i Premiers Crus, quintessenza dell’eleganza bordolese, vini che incarnano una visione più che uno stile.
Eppure, Bordeaux è anche commercio, e che commercio. Il sistema dei négociants, case di intermediazione con sede prevalentemente a Bordeaux città, è l’anima della Place de Bordeaux: loro acquistano in anteprima i vini delle più grandi tenute, li custodiscono, li distribuiscono. Un circuito complesso e affascinante, che ha reso Bordeaux la vera Wall Street del vino. Una bottiglia non nasce solo dalla vigna, ma anche dalle mani esperte di chi la posizionerà nel mondo.
Ieri sera, grazie alla guida sapiente di Alessandro Valentini, Degustatore Ufficiale AIS, abbiamo fatto tutto questo: viaggiato nella geografia, nella storia e nei meccanismi di Bordeaux, ma lo abbiamo fatto alla cieca. Cinque calici, nessuna etichetta, solo i sensi a dettare la rotta.
Château Phélan Ségur, Saint-Estèphe, con la sua compostezza minerale. L’annata 2019 gli ha donato profondità senza appesantirne la nervatura: note di prugna matura, humus, un soffio ematico e tannini finemente incastonati. Un’espressione chiara della riva sinistra, dove il Cabernet Sauvignon domina con aristocratica riservatezza.
Château d’Issan, Margaux, è stato poesia liquida. Più setoso, carezzevole, profumato: violetta, cassis, accenni di incenso e sandalo. Un vino che danza piuttosto che camminare, che conquista per grazia più che per forza. Lo stile di Margaux in una delle sue versioni più classiche e suadenti.
Poi Château Lynch-Bages, l’interpretazione poderosa di Pauillac. Qui è l’architettura a dominare: tannini scolpiti, ribes nero, tabacco scuro, liquirizia, grafite. Ma anche una freschezza che sorprende e rinnova. La 2019 regala profondità e verticalità, rendendolo uno dei più centrati della serata.
Château Lascombes, ancora Margaux, si è imposto per il suo carattere opulento. Maggiore presenza del Merlot, corpo rotondo, sorso avvolgente. Spezie dolci, cacao, frutti neri, un finale lungo e vellutato che si imprime sul palato come una firma a inchiostro rosso.
Infine, Château Canon-la-Gaffelière, Saint-Émilion Grand Cru Classé, perla biodinamica del barone von Neipperg. Il vino più misterioso e carismatico della selezione. Il blend Merlot-Cabernet Franc parla con accenti scuri: visciole, liquirizia, erbe officinali, tratti balsamici. Un vino che non si accontenta di piacere: vuole sedurre.
Cinque identità, un’unica orchestra sensoriale. Alla cieca, abbiamo ascoltato il vino e non la sua fama. Abbiamo esplorato la mano del vignaiolo, la tessitura del suolo, l’influenza dell’annata. Abbiamo messo da parte i nomi per scoprire le anime.
Bordeaux non è solo un grande vino. È un sistema culturale, una macchina produttiva, un teatro storico e un terreno d’innovazione. È dove l’eccellenza si misura da secoli con regole complesse, ma dove alla fine tutto si riduce a una semplice domanda: questo calice ti parla?
Ieri sera i calici hanno parlato. A ognuno di noi. In una lingua fatta di sentori, silenzi e memoria.
Foto di Juan Di Nella su Unsplash

