Si può fare! 50 anni di un mostro di comicità

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Si può fare! 50 anni di un mostro di comicità

Per molti, è il film più divertente di sempre. Per altri, il più nostalgico. Ma per chi ama il cinema, Frankenstein Junior è soprattutto una scintilla continua: quella che accende ancora, come un fulmine sul tetto del castello, la magia della commedia perfetta.

Cinquanta candeline e una scarica elettrica per riattivare il cuore di uno dei film più amati di sempre: Frankenstein Junior. Era il 15 dicembre del 1974 quando il mostro ideato da Gene Wilder e Mel Brooks fece la sua prima apparizione nelle sale, ma da allora non ha mai smesso di vivere – e ridere – nei cuori degli spettatori di tutto il mondo.

La pellicola – diretta da Mel Brooks e nata da un’idea di Gene Wilder – è un capolavoro comico che riesce, ancora oggi, a mantenere il perfetto equilibrio tra parodia e omaggio. Se ti è capitato di chiamare “Aigor” invece che “Igor” con la I normale o di citare un “Schwanstucker” con aria da intenditore, allora sai già di cosa stiamo parlando.

Campione d’incassi nel 1975 e da tempo custodito dal National Film Registry come patrimonio culturale degli Stati Uniti, Frankenstein Junior ha fatto molto di più che parodiare i classici dell’orrore. È riuscito a catturarne lo spirito, adottando lo stesso stile visivo, le atmosfere in bianco e nero e – miracolosamente – anche gli attrezzi di scena originali del Frankenstein di James Whale del 1931. Mel Brooks li recuperò nel garage di Kenneth Strickfaden, l’elettricista che li aveva progettati e che li custodiva come reliquie. Quando li riaccese, dopo quarant’anni, funzionavano ancora. Brooks non solo li noleggiò, ma decise anche di accreditare finalmente Strickfaden nei titoli di coda, riconoscendogli il merito mai attribuito nei film classici.

La sceneggiatura fu scritta a quattro mani da Brooks e Wilder, che inizialmente aveva proposto l’idea durante le riprese di Mezzogiorno e mezzo di fuoco. Sul set, Brooks notò che Gene scribacchiava su un taccuino: “Young Frankenstein”. Quando lo interrogò, Gene gli raccontò l’idea, e Brooks accettò con una sola condizione: ricevere un anticipo. Gene tirò fuori 57 dollari dalla tasca, e il film prese vita. Dopo il rifiuto della Columbia Pictures, che voleva il film a colori, Brooks si rivolse alla 20th Century Fox, dove Alan Ladd Jr. accettò il progetto mettendo perfino in pausa la produzione di Guerre Stellari.

Il bianco e nero era irrinunciabile. Non solo per l’atmosfera, ma anche per rendere omaggio allo stile degli anni Trenta. Persino Peter Boyle, che interpreta la Creatura, venne truccato con cerone verdastro-blu per esaltare i tratti nel bianco e nero, come si faceva nei film dell’epoca. La fotografia è curata, le transizioni riprendono i toni e le tecniche dei classici, le scenografie replicano fedelmente quelle originali disegnate da Charles D. Hall.

Il film racconta la storia del professor Frederick Frankenstein – anzi, “Frankenstin” – un luminare newyorkese della neurologia che fa di tutto per rinnegare l’eredità scientifica del nonno Victor. Ma quando un notaio gli comunica che ha ereditato un castello in Transilvania, nonostante l’iniziale riluttanza, parte. Là troverà l’assistente gobbo Igor (“Aigor”, mi raccomando), la brillante e procace Inga e soprattutto la sinistra Frau Blücher – personaggio chiave non solo per la trama, ma anche per una delle gag più iconiche del film: ogni volta che qualcuno pronuncia il suo nome, i cavalli nitriscono terrorizzati.

Sull’origine di questa trovata sono nate leggende metropolitane. In molti, tra gli spettatori di lingua inglese, credettero che “Blücher” volesse dire “colla”, evocando il triste destino di alcuni cavalli. Ma in tedesco non è così: “Blücher” è solo un cognome comune, mentre “colla” si dice “Kleber”. Secondo Mel Brooks, il gioco nasceva proprio da questo errore di traduzione, e secondo Cloris Leachman, che interpreta Frau Blücher, l’idea era che i cavalli fossero semplicemente terrorizzati da lei. Nel commento audio del DVD, Brooks aggiunge che “Dio solo sa cosa fa loro quando non c’è nessuno in giro”. E onestamente, meglio non saperlo.

E sempre lei fu protagonista di una delle scene più difficili da girare, almeno per Gene Wilder. Ogni volta che Cloris si girava per recitare una battuta durante la salita delle scale, Gene scoppiava a ridere in faccia all’attrice. Non una volta, ma quindici. “Non capivo cosa trovasse così divertente”, ha raccontato lei anni dopo. Ma d’altronde, come darle torto? Anche una semplice candela diventava esilarante con quella chimica sul set.

Il film è pieno di trovate geniali e improvvisazioni. Come quella di Marty Feldman, che spostava di nascosto la gobba di Igor da una spalla all’altra senza dire nulla. Brooks, accortosene, trovò l’idea talmente brillante da inserirla nel film. O quella di Cloris Leachman, che improvvisò l’offerta di brandy, camomilla o orzata con latte al Dottor Frankenstein. Oppure quella scena leggendaria in cui Igor dice a Frederick: “Si aiuti con questo” (in originale “Walk this way”) e gli porge un bastone. Una battuta che rischiava di essere tagliata perché considerata troppo banale, ma che, dopo una proiezione di prova, fece ridere così tanto il pubblico da convincere Brooks a lasciarla. E meno male, perché fu proprio quella frase a ispirare gli Aerosmith per il loro celebre brano “Walk This Way”. Guardarono il film durante una pausa dalle registrazioni dell’album Toys in the Attic. Il giorno dopo, nacque un singolo leggendario. E tutto grazie a un bastone.

Mel Brooks, stavolta, non appare sullo schermo, ma si diverte dietro le quinte. Wilder gli vietò espressamente di fare un cameo, temendo che potesse rompere la magia. Così Brooks si limitò a prestare la voce al lupo che ulula, al gatto che viene colpito dalla freccetta e al fantasma di Victor von Frankenstein. Nella scena dell’eremita cieco, la mano che versa la zuppa sul mostro non è nemmeno di Gene Hackman, ma dello stesso Brooks, per questioni di trucco.

Hackman, tra l’altro, fu coinvolto grazie a una partita a tennis con Wilder. Voleva provare un ruolo comico, e lo fece gratuitamente per quattro giorni. Il risultato? Una delle scene più esilaranti dell’intero film. Così come quella in cui l’orologio segna mezzanotte ma la campana suona tredici volte. O la gag metacinematografica in cui Aigor esclama: “Potrebbe piovere”, e subito scoppia un temporale. Una trovata così efficace da essere ripresa anche in un numero di Dylan Dog.

Il cervello impiantato nel mostro non era quello del nobile Hans Delbrück, ma di “AB normal”. Hans, però, è realmente esistito: storico militare tedesco dell’Ottocento, padre del premio Nobel Max Delbrück. Una nota colta in una commedia geniale.

Ma non è solo il set a brillare. Le risate erano talmente incontrollabili che Mel Brooks dovette inventarsi una soluzione a prova di decibel: distribuì fazzoletti bianchi a tutta la troupe, con l’istruzione di premerseli sulla bocca per attutire le risate. “Ogni volta che mi giravo e vedevo un mare di fazzoletti bianchi capivo che la scena funzionava,” dirà poi. Altro che test screening.

Infine, una chicca da dietro le quinte: Teri Garr e Madeline Kahn si presentarono per i ruoli opposti rispetto a quelli che poi interpretarono. Brooks, con il suo fiuto infallibile, le prese entrambe… ma invertì le parti. Anche questo, alla fine, è stato parte della magia

Le riprese furono talmente divertenti che Brooks continuò ad aggiungere scene solo per il gusto di rimanere sul set. Alcune, però, vennero tagliate nel montaggio finale: la lettura del testamento, la visita dell’ispettore Kemp al castello, una passeggiata filosofica notturna tra Frederick e Inga, fino a una parata finale degli attori. Alcuni di questi momenti sono stati recuperati nelle edizioni DVD e Blu-ray.

La versione italiana, curata da Roberto De Leonardis e diretta da Mario Maldesi, è considerata un capolavoro nel capolavoro. Alcuni giochi di parole furono adattati con tale inventiva da risultare persino più divertenti degli originali. Basti pensare alla celebre frase “Lupo ululà, castello ululì”. Il dialogo originale era il seguente:

 Inga: Werewolf!

Frederick: Wherewolf?

Igor: There!

F: What?

I: There wolf, there castle.

Un adattamento magistrale!

Ancora oggi, Frankenstein Junior è uno di quei rari film che gli italiani associano alle feste: passa regolarmente in TV durante le vacanze di Natale, come fosse un moderno Canto di Natale… ma con più orzata e meno Dickens.

Nel 2024, dopo mezzo secolo di risate, la creatura più tenera del cinema è tornata nei cinema di tutto il mondo. Per molti, è il film più divertente di sempre. Per altri, il più nostalgico. Ma per chi ama il cinema, Frankenstein Junior è soprattutto una scintilla continua: quella che accende ancora, come un fulmine sul tetto del castello, la magia della commedia perfetta.

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