Correva l’anno 1993. Avevo appena iniziato il liceo e la mia Smemoranda era già un capolavoro di confidenze adolescenziali, cuoricini disegnati intorno al nome della mia crush del momento e messaggi scambiati furtivamente durante le lezioni di latino. Fu un anno memorabile anche per il cinema, con l’uscita di “Jurassic Park” che trasformò i nostri sogni in avventure popolate da dinosauri, e per la televisione americana, con la prima puntata del leggendario “David Letterman Show”. Ma nel cuore mio, e di tantissimi altri adolescenti, c’era un posto speciale per un’altra grande novità televisiva: “La Tata”.
Fran Drescher, con la sua risata nasale, i capelli cotonati e i look straordinariamente audaci, arrivò sugli schermi americani proprio nel 1993, creando immediatamente un fenomeno televisivo durato fino al 1999 con ben 146 episodi trasmessi dalla CBS. La sitcom è ambientata a Manhattan e segue le vicende di Fran Fine, una venditrice di cosmetici porta a porta che diventa tata dei tre figli del raffinato produttore teatrale Maxwell Sheffield. Il contrasto tra il mondo sofisticato ed elegante di Maxwell e quello caotico, rumoroso e affettuosamente invadente di Fran genera situazioni comiche irresistibili.
La versione italiana, trasmessa per la prima volta nel 1995, fu caratterizzata da un adattamento sorprendente: Fran Fine diventò Francesca Cacace, emigrata ciociara negli Stati Uniti. Un processo noto come “transcreation”, che permise di adattare riferimenti culturali tipicamente americani alla realtà italiana, sostituendo così i cliché legati alla cultura ebraica di New York con quelli tipici delle famiglie meridionali italiane.
Questo cambio, tanto efficace quanto bizzarro, generò alcune incongruenze curiose, come il fatto che Francesca raccontasse episodi della sua infanzia ciociara mentre i flashback mostravano chiaramente scenari americani o addirittura israeliani, come nel caso della vita in un kibbutz. Susanna Sacconi, nella sua tesi di laurea sull’adattamento italiano della serie, spiega che Fran Fine incarnava lo stereotipo della “Jewish American Princess” – una rappresentazione della donna ebrea americana percepita come egocentrica e snob – mentre sua madre Sylvia incarnava quello della “Jewish mother”, invadente e iperprotettiva.
Anche dietro le quinte, la vita sul set era ricca di curiosità e aneddoti interessanti. Inizialmente, la celebre sigla originale “The Nanny named Fran” non era prevista; infatti la prima scelta era stata “If My Friends Could See Me Now” del musical Sweet Charity. Renée Taylor, interprete della zia Assunta, confessò di aver preso ben 15 chili durante le riprese a causa delle continue scene in cui doveva mangiare. Lauren Lane, che interpretava C.C. Babcock, rimase incinta durante la quinta stagione, situazione che obbligò gli autori a utilizzare numerosi escamotage per nascondere la gravidanza, con oggetti di scena o inquadrature strategiche.
Daniel Davis, il sarcastico maggiordomo Niles, era un attore americano dell’Arkansas, ma il suo impeccabile accento britannico convinse persino i telespettatori più attenti. Molti fan erano convinti che fosse veramente inglese, al punto da suggerire che insegnasse la dizione al collega Charles Shaughnessy, che invece britannico lo era davvero.
Fran Drescher, oltre ad essere attrice, era anche ideatrice e produttrice della serie insieme al marito Peter Marc Jacobson. La loro vita privata fu però segnata da eventi traumatici: nel 1985 Fran subì una grave aggressione nella sua abitazione, episodio che influenzò profondamente la sua vita personale e professionale, portandola a scegliere di registrare gli episodi senza pubblico per ragioni di sicurezza. Successivamente, Fran affrontò anche il divorzio con Jacobson, che dichiarò pubblicamente la propria omosessualità dopo la separazione. Nonostante ciò, i due rimasero grandi amici e continuarono a collaborare.
Oggi, Fran Drescher è impegnata anche politicamente, ricoprendo il ruolo di presidente del sindacato degli attori SAG-AFTRA, lottando attivamente per i diritti e il benessere degli artisti.
L’influenza culturale de “La Tata” continua a manifestarsi nello stile inconfondibile e iconico di Fran Fine, fonte d’ispirazione per la moda contemporanea, e nel successo di diversi remake internazionali, tra cui la versione russa “My Fair Nanny”.
Mentre Fran Drescher si prepara a portare la serie sul palcoscenico di Broadway con un musical, non resta che ricordare con nostalgia e un sorriso i momenti divertenti e le lezioni di vita che questa sit-com ha lasciato nelle nostre vite: autenticità, umorismo e affetto familiare oltre i legami di sangue.
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