Mind Your Language: la serie cult anni ’70 che ci ha insegnato a ridere degli stereotipi (prima dei social)

Mind Your Language: la serie cult anni ’70 che ci ha insegnato a ridere degli stereotipi (prima dei social)

C’erano una volta una lavagna, una classe multietnica e un professore britannico dal cuore d’oro. No, non è l’inizio di una barzelletta, ma di una delle serie più sottovalutate – e oggi quasi dimenticate – del panorama televisivo europeo: Mind Your Language. Una sitcom che nasce nel 1977 nel Regno Unito, firmata ITV, e che da noi in Italia è arrivata in punta di piedi, spesso relegata alle ore piccole delle emittenti private, ma capace di lasciare un segno in chi, per caso o per nostalgia, ci è inciampato.

Immagina di tornare indietro a quando la tv si guardava rigorosamente in salotto, sul divano, con l’antenna da sistemare manualmente. E in una di quelle serate vintage, tra una replica di Fawlty Towers e una puntata di Love Boat, ecco che spuntava Mind Your Language. Un’aula dove ogni stereotipo nazionale prendeva vita in modo plateale, tra l’indiano super educato, l’italiano passionale (e un po’ confusionario), la giapponese timida e l’arabo orgoglioso, tutti pronti a imparare l’inglese sotto la guida del professor Jeremy Brown, che più paziente di così non si poteva.

Il bello è che quella classe era lo specchio di un’Inghilterra in pieno fermento culturale, nel bel mezzo di una trasformazione sociale che oggi definiremmo multiculturale. Solo che qui, invece di grandi discorsi politici, si rideva. E parecchio. Di tutto e di tutti, senza distinzioni. Con battute che oggi verrebbero passate al microscopio del politicamente corretto, rischiando di accendere interi dibattiti online prima ancora che parta la sigla.

Eppure, sotto quell’apparenza naïf e caricaturale, c’era un messaggio chiaro: imparare una lingua è un atto d’amore, un tentativo maldestro ma coraggioso di avvicinarsi all’altro. E chi ha mai frequentato un corso serale di lingua (magari dopo il lavoro, con il cervello in stand-by e il caffè come unica ancora di salvezza) sa che certe dinamiche erano – e sono – assolutamente reali.

In Italia, la serie non ha mai goduto di una vera distribuzione ufficiale, ma ha avuto una seconda vita nei palinsesti delle tv locali, specie negli anni ’80 e ’90, quando certe chicche anglofone arrivavano in modo rocambolesco. E così, tra un episodio di Supercar e una replica di Benny Hill, ecco che spuntava il professor Brown e i suoi studenti improbabili, insegnandoci che, se non altro, “you speak English very nice, yes?”

Oggi Mind Your Language è diventata una sorta di reliquia kitsch: criticata per il suo umorismo datato, ma anche rivalutata come esperimento sociale inconsapevole. La BBC rifiutò di mandarla in onda, definendola “razzista”, ma il pubblico britannico l’amava e gli ascolti parlavano chiaro. E forse, a guardarla con gli occhi di allora, non con quelli ipercritici di oggi, ci si accorge che quello humour da scuola serale ci ha insegnato che dietro ogni errore grammaticale c’è sempre un essere umano che prova a comunicare.

Quindi sì, “mind your language”, ma anche no. Perché a volte, per capirsi davvero, bisogna sbagliare insieme. E magari riderci su.

Lascia un commento